DI SEGUITO POTETE TROVARE IL PRIMO CAPITOLO DE "IL SEGRETO DELLA SPIANATA", LE PAROLE CHE HANNO DATO VITA AL LIBRO, L'INIZIO DELL'OPERA.
CAPITOLO 1
In un caldo pomeriggio, in un paese in apparenza tranquillo, a Nord di Roma, cinque giovani ragazzi giocavano all’ombra di un grosso verde salice piangente con le biglie, su una pista scavata con le loro stesse mani.
Marcello, il più grande, sia per... il fisico che per l’età, considerato da tutto il gruppo il
Marcello aveva carisma sugli altri giovani, un po’ perché era il più grande, un po’ perché era l’unico ad avere il motorino. Ogni tanto si presentava in comitiva con la Fiat cinquecento motore fire rossa della madre che guidava con disinvoltura tra le piccole e strette vie del paese, nonostante non avesse l’età né tantomeno la patente di guida.
Il paese era piccolo e di conseguenza non offriva i divertimenti di cui può godere un adolescente di città, quindi la maggior parte dei pomeriggi, specialmente quelli estivi, erano trascorsi davanti al bar della piazza del paese a mangiare gelati e a discutere sul da farsi della giornata: se andare a dare due calci al pallone nel vicino campo sportivo o rimanere lì a parlare e aspettare l’ora della cena.
Quando il Boss arrivava in piazza con la fiammante utilitaria per tutta la combriccola significava un pomeriggio diverso, da
CAPO, tanto che veniva chiamato dai suoi "colleghi" di gioco "il Boss", aveva sotto le unghie la terra che circondava l’albero. Era stato lui a scavare e disegnare le curve del campo da gioco e a decidere chi avrebbe tirato dopo di lui perché era sottinteso che lui era il primo ad iniziare la sfida.BOSS aveva circa diciassette anni, il suo nome era Marcello Schulli, era un ragazzo "figo": moro, lineamenti fini, occhi azzurri come il ghiaccio; la sua famiglia era benestante, il padre Mario era il medico del paese, era rispettato e ammirato da tutti, la madre Luisa era la maestra della scuola elementare "Luigi Sforza" ed era stata l’insegnante dei quattro ragazzi che componevano il gruppo.
passare tutti insieme. Per loro era un divertimento trasgressivo salire sull’auto del loro capo e andare a fare un giro per le campagne del paese.
Come quella volta, quando Marcello si presentò davanti al bar fermando l’automobile con il freno a mano, facendo fare un testa coda all’autovettura tra la paura delle signore del paese e gli applausi e le urla d’eccitazione dei suoi compagni. Li fece salire tutti e quattro dicendo a Luca di sedersi davanti perché era un po’ obeso, per questo dal gruppo veniva chiamato "Ciccio". Gli altri tre senza fiatare alzarono il sedile del passeggero, per posizionarsi sul sedile posteriore. Ci fu qualche mugugno per chi doveva mettersi al centro, ma la questione si risolse subito perché Marco detto anche "Pisolo" era il più piccolo, sia di età che di costituzione, per questo dovette sedersi sul posto più scomodo dell’auto, anche perché gli dissero scherzando che se non gli stava bene l’avrebbero lasciato lì da solo. Una volta saliti e sistemati nell’abitacolo , partirono per l’avventura.
Misero a palla la cassetta duplicata dei Doors, il gruppo musicale preferito della comitiva, presero la strada che portava fuori dal loro paese per scendere a valle, passare la ferrovia e voltare a sinistra verso un strada sterrata.La strada obbligò Marcello a scalare le marce da prima a seconda e viceversa per circa due chilometri
Dai finestrini si vedevano solo immensi prati verdi e alberi che sembravano stare lì dall’inizio del mondo, videro un gregge di pecore al pascolo che brucava l’erba, videro dei cavalli rinchiusi in un recinto fatto con dei pali legati da un arrugginito filo di ferro, gli fecero il verso e gli sembrò che gli avessero risposto muovendo la testa su e giù, senza sapere che quel gesto l’animale lo faceva per togliersi le mosche che gli ronzavano attorno. Tra le risa e qualche imprecazione del guidatore, che odiava quelle buche, si ritrovarono su una Spianata d’erba dove iniziarono a fare testa coda con l’auto come prima aveva fatto al bar.
Quando scesero dall’auto, si sentivano come un pesce rosso, di quelli che vinci alle fiere e ti mettono nelle bustine con un po’ di acqua e quando arrivi a casa lo rovesci nella vasca di forma sferica e inizia a nuotare e a prendere confidenza con la sua nuova e grande "casa", così era per loro.
Una volta scesi si sgranchirono le gambe, soprattutto quelli seduti di dietro, perché, anche se era un divertimento, il viaggio restava comunque scomodo.
Il paesaggio che si presentava davanti ai loro occhi era di una bellezza indescrivibile, tanto che tra loro si chiedevano come fosse possibile che un quadro naturale di eccezionale bellezza potesse essere così vicino al loro paese che ritenevano uno schifo.
Dietro alle loro spalle avevano un bosco di pini secolari abitato da scoiattoli, volpi e uccelli di varie grandezze. C’era anche un falco che nei giorni di cielo limpido era possibile vedere volteggiare con la sua ampia apertura alare; sembrava farsi dondolare dal vento caldo dell’Estate, infatti proprio in quell’istante lo stupendo rapace li stava osservando dall’alto e Marco esclamò di cuore ai suoi compagni d’avventura quanto gli sarebbe piaciuto essere al posto dell’animale.
Nel frattempo, Marcello aveva tirato fuori dal portafoglio un pezzetto di fumo dal colore marrone scuro e dal profumo di spezie orientali, della grandezza di un sassolino. Lo teneva su una mano mentre con l’altra stava tenendo acceso il mini accendino bic celeste che usava per renderlo morbido, poi lo sbriciolava per mescolarlo insieme al tabacco della sigaretta che si era appoggiato sull’orecchio, come i venditori di frutta del mercato fanno con la penna. Poi arrotolò il tutto in una cartina
Fece tre tiri, risputando il fumo puzzolente che solo una canna può avere, la passò a Pisolo, che era quello che gli stava vicino. Oramai i ragazzi erano in cerchio tutti in piedi, in attesa del proprio turno per fare due tiri della nuova esperienza del giorno, Pisolo al primo tiro aspirò il fumo e subito gli vennero gli occhi rossi e cominciò a tossire come un vecchio che fuma dall’età di tredici anni. La passò subito a Ciccio, il quale ogni tanto rubava le
Rizzla leccata con la lingua per inumidire la parte adesiva, una volta chiusa l’accese con l’arnese che prima aveva usato per squagliare la roba, tra l’incredulità dei presenti.marlboro light dal pacchetto della madre e quando rimaneva solo si sedeva in un angolo del suo 12
balcone per fumarsela indisturbato. Per lui non era un vizio, più che altro lo faceva solo perché i suoi compagni di scuola fumavano quasi tutti, solo che lui si vergognava a farsi vedere con la sigaretta tra le dita. Nello stesso tempo voleva essere al passo con i suoi coetanei, per sapere cosa si provava quando si fumava, a dir la verità neanche gli piaceva avere poi quell’ alito pesante e puzzolente di fumo.
Eccetto che per Marcello per tutti era il primo tiro di spinello, però tutti sapevano cos’era, e conoscevano, per sentito dire, l’effetto che si aveva quando si aveva fumato.
Il silenzio tra loro era assordante, nessuno aveva più detto una parola da quando aveva incominciato a girare lo spino, tutti erano concentrati sul da farsi, nessuno voleva fare la fine di Pisolo, così qualcuno del gruppo per non tossire neanche respirava ma buttava fuori dalla bocca il fumo, sembravano quei treni a vapore che attraversavano il deserto roccioso del
Nessuno di loro però aveva avuto il coraggio di dire "no, io non la fumo", non perché avessero paura ma perché a quella età si ha l’idea che nella vita bisogna provare tutto. La canna fece tre giri, anche se Pisolo il secondo giro lo saltò. Francesco, che era l’ultimo del giro, aveva già le dita sul filtro fatto artigianalmente con un cartoncino della pubblicità del disco pub del paese, ciò per lui stava a significare che la giostra era finita, mentre la stava gettando a terra per poi spegnerla con la punta dei suoi sandali da mare, il Boss gli disse: «Aspetta», lui gliela passò e quest’ultimo fece gli ultimi due tiri come se fossero gli ultimi due respiri di ossigeno di un condannato a morte.
Buttato a terra quel che rimaneva della cicca della canna spegnendola con la punta della scarpa da ginnastica, come si fa con un scarafaggio, il Boss andò ad aprire il portellone posteriore del veicolo che li aveva portati lì e prese le tre bottiglie di birra color giallo ocra, che aveva preso dal frigorifero di casa.
Raggiunse i suoi amici che già si erano seduti sul manto erboso con un’espressione da ebeti, con gli occhi lucidi e arrossati, più per l’effetto del fumo che gli era andato negli occhi, che per l’effetto dello spinello.
Marco si era sdraiato a terra con gli occhi chiusi e i suoi pensieri andavano di nuovo a quel rapace che gli era rimasto nella mente, gli sembrava addirittura di essere vicino anzi addirittura di essere lui il falco, si sentiva un tutt’uno con quell’uccello libero di volare in cielo, gli sarebbe piaciuto arrivare a toccare il sole, ma si accontentava di essere in alto e vedere i rossi tetti delle case dei paesi che circondavano il suo, ammirare le vaste praterie con gli animali al pascolo, il mare che si unisce con il cielo all’orizzonte, illuminato da quella palla gialla, che quel giorno offriva il meglio di sé con quel calore che ti riscalda la pelle e ti fa godere, era in uno stato che poteva capire solo una lucertola ferma su un muretto o un serpente attorcigliato sul ramo di un albero.
In quell’ istante per la combriccola il tempo si era fermato, e nella mente dei ragazzi, inconsciamente, la giornata poteva anche finire così.Quando videro il Boss con le tre bottiglie tutte nella mano destra si risvegliarono dal torpore che li avvolgeva, e con un urlo di eccitazione di: "evvai" e "sei un grande", videro Marcello aprire il loro ulteriore tesoro con l’accendino che aveva usato per squagliare il fumo e per accendere la canna. Posizionò l’arnese blu sotto la corona del tappo e facendo leva piegò lo stesso per poi ripetere l’azione dall’altro lato del tappo fino a piegarlo e con un ultimo strappo levò via il tutto senza sbeccare nemmeno un pezzetto di vetro del collo della bottiglia. Fece lo stesso con le altre due bottiglie di birra, dopodiché erano tutti pronti per brindare con la bevanda bionda.
L’eccitazione era al massimo, erano seduti in cerchio tutti quanti insieme immersi nel verde a strillare e a ruttare liberamente, quando ad un tratto il più piccolo della compagnia incominciò ad impallidire in viso, gli occhi, dal colore rossastro che erano, divennero quasi giallini, le pupille si dilatarono al massimo e sembrava che da un momento all’altro uscissero fuori dalle orbite, la fronte era umida ed il sudore gli incominciava a scendere giù per la schiena provando quel brivido che ti fa accapponare la pelle.
In un primo momento nessuno della comitiva ci aveva fatto caso. Si accorsero del malore dell’amico quando d’un tratto,
dalla posizione di seduto, di colpo cadde a terra, come una mela marcia si stacca dall’albero, a quel punto il gruppo smise di ridere e scherzare, quell’allegria che aleggiava nell’aria era diventata di botto paura e timore: più che per l’amico malato il loro pensiero era come ritornare a casa e cosa dire ai genitori e soprattutto se Marco sarebbe riuscito ad arrivare a casa vivo.
Incominciarono a chiamarlo per nome:
«Marco, Marco, rispondi ti prego».
Ma ora mai Marco era sdraiato a terra piegato in due e tremava per il freddo come una foglia, batteva i denti, pure le labbra della sua minuta bocca si erano gonfiate e avevano assunto un colore violaceo. La voce era cambiata, emetteva ora mai solo dei deboli lamenti, per via del dolore lancinante allo stomaco.
Marcello non era più quel ragazzo che tutti conoscevano: sicuro di sé, spavaldo in ogni occasione e per la prima volta si mostrava agli occhi dei suoi amici pauroso tanto da sembrare vulnerabile. Nonostante il suo stato d’animo un po’ agitato, riuscì a prendere la situazione in mano, si sentiva il diretto responsabile di quello che stava accadendo. Prese la coperta di lana a quadri giganti di color verde che era nel portabagagli della Fiat cinquecento, coprì Marco ma quest’operazione non cambiò lo scenario. Anche se, appena poggiata sopra il corpo di Marco, questi fece un rutto gigante e vomitò tutta la birra che aveva bevuto qualche minuto prima andando a sporcare la coperta della madre di Marcello.
Insieme al vomito giallo del compagno, Luigi che era all’altezza della spalla sinistra del degente vide che tra il fiume di birra venuto fuori dallo stomaco di Marco c’erano delle gocce rossastre, pensò che fossero tracce di sangue e vedendo questo raccapricciante spettacolo si allontanò. Si era poggiato con il braccio destro sul grande tronco di pino, come per reggersi e si teneva la fronte con l’altra mano libera, chiuse gli occhi e anche lui come il suo amico cominciò a vomitare, vomitò così tanto che non si accorse neanche di avere il cavallo dei pantaloni bagnati di piscio che non riuscì a trattenere.
Lo spettacolo stava degenerando, decisero quindi di fare ritorno a casa.
Sulla strada che li avrebbe riportati a casa, in auto nessuno aveva il coraggio di parlare, il sole all’orizzonte si stava abbassando e da giallo che era diventava sempre più rosso, il tramonto offriva il suo più spettacolare paesaggio, nonostante ciò, Marco continuava a tremare dal freddo mentre Luigi si sentiva svuotato e quasi meglio anche se era ancora umido in mezzo alle gambe e quell’ umidità gli stava dando fastidio.
Marcello sulla strada che all’andata aveva fatto stando attento a non prendere buche, al ritorno non vedeva l’ora di essere al paese e scaricare i suoi compagni, con la speranza che nessuno avrebbe detto niente ai propri genitori, sicché incurante dei crateri stradali andò dritto fino a raggiungere la strada asfaltata. Ripassò sui binari del passaggio a livello e riprese la stradina in salita che li portava al paese, ma appena svoltato, Pisolo, che al contrario dell’andata ora era seduto davanti, si tolse la coperta verde di dosso e con un accenno di riso e con voce che era ritornata quella di sempre esclamò:
«Dove ci troviamo? perché stiamo ritornando a casa?».
Tirò giù il finestrino perché stava sentendo caldo, aveva anche smesso di tremare dal freddo, il suo volto era tornato ad essere rosa, i suoi occhi brillavano al pensiero del falco che volava in cielo.
Increduli i tre ragazzi tirarono tutti un sospiro di sollievo, Ciccio fu il primo ad aprire bocca e gli domandò come si sentisse.
Senza pensarci due volte Marco rispose con la disinvoltura di sempre:
«Bene perché cos’è successo? perché mi fai questa domanda?».
Neanche finì la frase che Marcello premette con forza il pedale centrale del freno, facendo inchiodare la macchina tanto che dallo specchietto retrovisore vide che si alzò un fumo generato dall’arrestarsi delle ruote, per fortuna dietro non c’era nessuno che lo seguiva, perché la macchina fece a mala pena dieci metri per poi fermarsi di botto.
Con un’espressione dubbiosa chiese all’ ex malato se davvero non ricordasse niente, la risposta fu affermativa. Dopodiché rimise la prima, premette l’acceleratore e ripartì. Da allora
CAPITOLO 1
In un caldo pomeriggio, in un paese in apparenza tranquillo, a Nord di Roma, cinque giovani ragazzi giocavano all’ombra di un grosso verde salice piangente con le biglie, su una pista scavata con le loro stesse mani.
Marcello, il più grande, sia per... il fisico che per l’età, considerato da tutto il gruppo il
Marcello aveva carisma sugli altri giovani, un po’ perché era il più grande, un po’ perché era l’unico ad avere il motorino. Ogni tanto si presentava in comitiva con la Fiat cinquecento motore fire rossa della madre che guidava con disinvoltura tra le piccole e strette vie del paese, nonostante non avesse l’età né tantomeno la patente di guida.
Il paese era piccolo e di conseguenza non offriva i divertimenti di cui può godere un adolescente di città, quindi la maggior parte dei pomeriggi, specialmente quelli estivi, erano trascorsi davanti al bar della piazza del paese a mangiare gelati e a discutere sul da farsi della giornata: se andare a dare due calci al pallone nel vicino campo sportivo o rimanere lì a parlare e aspettare l’ora della cena.
Quando il Boss arrivava in piazza con la fiammante utilitaria per tutta la combriccola significava un pomeriggio diverso, da
CAPO, tanto che veniva chiamato dai suoi "colleghi" di gioco "il Boss", aveva sotto le unghie la terra che circondava l’albero. Era stato lui a scavare e disegnare le curve del campo da gioco e a decidere chi avrebbe tirato dopo di lui perché era sottinteso che lui era il primo ad iniziare la sfida.BOSS aveva circa diciassette anni, il suo nome era Marcello Schulli, era un ragazzo "figo": moro, lineamenti fini, occhi azzurri come il ghiaccio; la sua famiglia era benestante, il padre Mario era il medico del paese, era rispettato e ammirato da tutti, la madre Luisa era la maestra della scuola elementare "Luigi Sforza" ed era stata l’insegnante dei quattro ragazzi che componevano il gruppo.
passare tutti insieme. Per loro era un divertimento trasgressivo salire sull’auto del loro capo e andare a fare un giro per le campagne del paese.
Come quella volta, quando Marcello si presentò davanti al bar fermando l’automobile con il freno a mano, facendo fare un testa coda all’autovettura tra la paura delle signore del paese e gli applausi e le urla d’eccitazione dei suoi compagni. Li fece salire tutti e quattro dicendo a Luca di sedersi davanti perché era un po’ obeso, per questo dal gruppo veniva chiamato "Ciccio". Gli altri tre senza fiatare alzarono il sedile del passeggero, per posizionarsi sul sedile posteriore. Ci fu qualche mugugno per chi doveva mettersi al centro, ma la questione si risolse subito perché Marco detto anche "Pisolo" era il più piccolo, sia di età che di costituzione, per questo dovette sedersi sul posto più scomodo dell’auto, anche perché gli dissero scherzando che se non gli stava bene l’avrebbero lasciato lì da solo. Una volta saliti e sistemati nell’abitacolo , partirono per l’avventura.
Misero a palla la cassetta duplicata dei Doors, il gruppo musicale preferito della comitiva, presero la strada che portava fuori dal loro paese per scendere a valle, passare la ferrovia e voltare a sinistra verso un strada sterrata.La strada obbligò Marcello a scalare le marce da prima a seconda e viceversa per circa due chilometri
Dai finestrini si vedevano solo immensi prati verdi e alberi che sembravano stare lì dall’inizio del mondo, videro un gregge di pecore al pascolo che brucava l’erba, videro dei cavalli rinchiusi in un recinto fatto con dei pali legati da un arrugginito filo di ferro, gli fecero il verso e gli sembrò che gli avessero risposto muovendo la testa su e giù, senza sapere che quel gesto l’animale lo faceva per togliersi le mosche che gli ronzavano attorno. Tra le risa e qualche imprecazione del guidatore, che odiava quelle buche, si ritrovarono su una Spianata d’erba dove iniziarono a fare testa coda con l’auto come prima aveva fatto al bar.
Quando scesero dall’auto, si sentivano come un pesce rosso, di quelli che vinci alle fiere e ti mettono nelle bustine con un po’ di acqua e quando arrivi a casa lo rovesci nella vasca di forma sferica e inizia a nuotare e a prendere confidenza con la sua nuova e grande "casa", così era per loro.
Una volta scesi si sgranchirono le gambe, soprattutto quelli seduti di dietro, perché, anche se era un divertimento, il viaggio restava comunque scomodo.
Il paesaggio che si presentava davanti ai loro occhi era di una bellezza indescrivibile, tanto che tra loro si chiedevano come fosse possibile che un quadro naturale di eccezionale bellezza potesse essere così vicino al loro paese che ritenevano uno schifo.
Dietro alle loro spalle avevano un bosco di pini secolari abitato da scoiattoli, volpi e uccelli di varie grandezze. C’era anche un falco che nei giorni di cielo limpido era possibile vedere volteggiare con la sua ampia apertura alare; sembrava farsi dondolare dal vento caldo dell’Estate, infatti proprio in quell’istante lo stupendo rapace li stava osservando dall’alto e Marco esclamò di cuore ai suoi compagni d’avventura quanto gli sarebbe piaciuto essere al posto dell’animale.
Nel frattempo, Marcello aveva tirato fuori dal portafoglio un pezzetto di fumo dal colore marrone scuro e dal profumo di spezie orientali, della grandezza di un sassolino. Lo teneva su una mano mentre con l’altra stava tenendo acceso il mini accendino bic celeste che usava per renderlo morbido, poi lo sbriciolava per mescolarlo insieme al tabacco della sigaretta che si era appoggiato sull’orecchio, come i venditori di frutta del mercato fanno con la penna. Poi arrotolò il tutto in una cartina
Fece tre tiri, risputando il fumo puzzolente che solo una canna può avere, la passò a Pisolo, che era quello che gli stava vicino. Oramai i ragazzi erano in cerchio tutti in piedi, in attesa del proprio turno per fare due tiri della nuova esperienza del giorno, Pisolo al primo tiro aspirò il fumo e subito gli vennero gli occhi rossi e cominciò a tossire come un vecchio che fuma dall’età di tredici anni. La passò subito a Ciccio, il quale ogni tanto rubava le
Rizzla leccata con la lingua per inumidire la parte adesiva, una volta chiusa l’accese con l’arnese che prima aveva usato per squagliare la roba, tra l’incredulità dei presenti.marlboro light dal pacchetto della madre e quando rimaneva solo si sedeva in un angolo del suo 12
balcone per fumarsela indisturbato. Per lui non era un vizio, più che altro lo faceva solo perché i suoi compagni di scuola fumavano quasi tutti, solo che lui si vergognava a farsi vedere con la sigaretta tra le dita. Nello stesso tempo voleva essere al passo con i suoi coetanei, per sapere cosa si provava quando si fumava, a dir la verità neanche gli piaceva avere poi quell’ alito pesante e puzzolente di fumo.
Eccetto che per Marcello per tutti era il primo tiro di spinello, però tutti sapevano cos’era, e conoscevano, per sentito dire, l’effetto che si aveva quando si aveva fumato.
Il silenzio tra loro era assordante, nessuno aveva più detto una parola da quando aveva incominciato a girare lo spino, tutti erano concentrati sul da farsi, nessuno voleva fare la fine di Pisolo, così qualcuno del gruppo per non tossire neanche respirava ma buttava fuori dalla bocca il fumo, sembravano quei treni a vapore che attraversavano il deserto roccioso del
Nessuno di loro però aveva avuto il coraggio di dire "no, io non la fumo", non perché avessero paura ma perché a quella età si ha l’idea che nella vita bisogna provare tutto. La canna fece tre giri, anche se Pisolo il secondo giro lo saltò. Francesco, che era l’ultimo del giro, aveva già le dita sul filtro fatto artigianalmente con un cartoncino della pubblicità del disco pub del paese, ciò per lui stava a significare che la giostra era finita, mentre la stava gettando a terra per poi spegnerla con la punta dei suoi sandali da mare, il Boss gli disse: «Aspetta», lui gliela passò e quest’ultimo fece gli ultimi due tiri come se fossero gli ultimi due respiri di ossigeno di un condannato a morte.
Buttato a terra quel che rimaneva della cicca della canna spegnendola con la punta della scarpa da ginnastica, come si fa con un scarafaggio, il Boss andò ad aprire il portellone posteriore del veicolo che li aveva portati lì e prese le tre bottiglie di birra color giallo ocra, che aveva preso dal frigorifero di casa.
Raggiunse i suoi amici che già si erano seduti sul manto erboso con un’espressione da ebeti, con gli occhi lucidi e arrossati, più per l’effetto del fumo che gli era andato negli occhi, che per l’effetto dello spinello.
Marco si era sdraiato a terra con gli occhi chiusi e i suoi pensieri andavano di nuovo a quel rapace che gli era rimasto nella mente, gli sembrava addirittura di essere vicino anzi addirittura di essere lui il falco, si sentiva un tutt’uno con quell’uccello libero di volare in cielo, gli sarebbe piaciuto arrivare a toccare il sole, ma si accontentava di essere in alto e vedere i rossi tetti delle case dei paesi che circondavano il suo, ammirare le vaste praterie con gli animali al pascolo, il mare che si unisce con il cielo all’orizzonte, illuminato da quella palla gialla, che quel giorno offriva il meglio di sé con quel calore che ti riscalda la pelle e ti fa godere, era in uno stato che poteva capire solo una lucertola ferma su un muretto o un serpente attorcigliato sul ramo di un albero.
In quell’ istante per la combriccola il tempo si era fermato, e nella mente dei ragazzi, inconsciamente, la giornata poteva anche finire così.Quando videro il Boss con le tre bottiglie tutte nella mano destra si risvegliarono dal torpore che li avvolgeva, e con un urlo di eccitazione di: "evvai" e "sei un grande", videro Marcello aprire il loro ulteriore tesoro con l’accendino che aveva usato per squagliare il fumo e per accendere la canna. Posizionò l’arnese blu sotto la corona del tappo e facendo leva piegò lo stesso per poi ripetere l’azione dall’altro lato del tappo fino a piegarlo e con un ultimo strappo levò via il tutto senza sbeccare nemmeno un pezzetto di vetro del collo della bottiglia. Fece lo stesso con le altre due bottiglie di birra, dopodiché erano tutti pronti per brindare con la bevanda bionda.
L’eccitazione era al massimo, erano seduti in cerchio tutti quanti insieme immersi nel verde a strillare e a ruttare liberamente, quando ad un tratto il più piccolo della compagnia incominciò ad impallidire in viso, gli occhi, dal colore rossastro che erano, divennero quasi giallini, le pupille si dilatarono al massimo e sembrava che da un momento all’altro uscissero fuori dalle orbite, la fronte era umida ed il sudore gli incominciava a scendere giù per la schiena provando quel brivido che ti fa accapponare la pelle.
In un primo momento nessuno della comitiva ci aveva fatto caso. Si accorsero del malore dell’amico quando d’un tratto,
dalla posizione di seduto, di colpo cadde a terra, come una mela marcia si stacca dall’albero, a quel punto il gruppo smise di ridere e scherzare, quell’allegria che aleggiava nell’aria era diventata di botto paura e timore: più che per l’amico malato il loro pensiero era come ritornare a casa e cosa dire ai genitori e soprattutto se Marco sarebbe riuscito ad arrivare a casa vivo.
Incominciarono a chiamarlo per nome:
«Marco, Marco, rispondi ti prego».
Ma ora mai Marco era sdraiato a terra piegato in due e tremava per il freddo come una foglia, batteva i denti, pure le labbra della sua minuta bocca si erano gonfiate e avevano assunto un colore violaceo. La voce era cambiata, emetteva ora mai solo dei deboli lamenti, per via del dolore lancinante allo stomaco.
Marcello non era più quel ragazzo che tutti conoscevano: sicuro di sé, spavaldo in ogni occasione e per la prima volta si mostrava agli occhi dei suoi amici pauroso tanto da sembrare vulnerabile. Nonostante il suo stato d’animo un po’ agitato, riuscì a prendere la situazione in mano, si sentiva il diretto responsabile di quello che stava accadendo. Prese la coperta di lana a quadri giganti di color verde che era nel portabagagli della Fiat cinquecento, coprì Marco ma quest’operazione non cambiò lo scenario. Anche se, appena poggiata sopra il corpo di Marco, questi fece un rutto gigante e vomitò tutta la birra che aveva bevuto qualche minuto prima andando a sporcare la coperta della madre di Marcello.
Insieme al vomito giallo del compagno, Luigi che era all’altezza della spalla sinistra del degente vide che tra il fiume di birra venuto fuori dallo stomaco di Marco c’erano delle gocce rossastre, pensò che fossero tracce di sangue e vedendo questo raccapricciante spettacolo si allontanò. Si era poggiato con il braccio destro sul grande tronco di pino, come per reggersi e si teneva la fronte con l’altra mano libera, chiuse gli occhi e anche lui come il suo amico cominciò a vomitare, vomitò così tanto che non si accorse neanche di avere il cavallo dei pantaloni bagnati di piscio che non riuscì a trattenere.
Lo spettacolo stava degenerando, decisero quindi di fare ritorno a casa.
Sulla strada che li avrebbe riportati a casa, in auto nessuno aveva il coraggio di parlare, il sole all’orizzonte si stava abbassando e da giallo che era diventava sempre più rosso, il tramonto offriva il suo più spettacolare paesaggio, nonostante ciò, Marco continuava a tremare dal freddo mentre Luigi si sentiva svuotato e quasi meglio anche se era ancora umido in mezzo alle gambe e quell’ umidità gli stava dando fastidio.
Marcello sulla strada che all’andata aveva fatto stando attento a non prendere buche, al ritorno non vedeva l’ora di essere al paese e scaricare i suoi compagni, con la speranza che nessuno avrebbe detto niente ai propri genitori, sicché incurante dei crateri stradali andò dritto fino a raggiungere la strada asfaltata. Ripassò sui binari del passaggio a livello e riprese la stradina in salita che li portava al paese, ma appena svoltato, Pisolo, che al contrario dell’andata ora era seduto davanti, si tolse la coperta verde di dosso e con un accenno di riso e con voce che era ritornata quella di sempre esclamò:
«Dove ci troviamo? perché stiamo ritornando a casa?».
Tirò giù il finestrino perché stava sentendo caldo, aveva anche smesso di tremare dal freddo, il suo volto era tornato ad essere rosa, i suoi occhi brillavano al pensiero del falco che volava in cielo.
Increduli i tre ragazzi tirarono tutti un sospiro di sollievo, Ciccio fu il primo ad aprire bocca e gli domandò come si sentisse.
Senza pensarci due volte Marco rispose con la disinvoltura di sempre:
«Bene perché cos’è successo? perché mi fai questa domanda?».
Neanche finì la frase che Marcello premette con forza il pedale centrale del freno, facendo inchiodare la macchina tanto che dallo specchietto retrovisore vide che si alzò un fumo generato dall’arrestarsi delle ruote, per fortuna dietro non c’era nessuno che lo seguiva, perché la macchina fece a mala pena dieci metri per poi fermarsi di botto.
Con un’espressione dubbiosa chiese all’ ex malato se davvero non ricordasse niente, la risposta fu affermativa. Dopodiché rimise la prima, premette l’acceleratore e ripartì. Da allora
fino all’arrivo in paese non volò nemmeno una parola, erano tutti scuri in volto.
Arrivarono in piazza in paese, all’ora di cena, Marcello fece scendere i ragazzi dall’auto, si salutarono con un semplice "ciao a domani". Andò a parcheggiare l’auto nel box della villa dei genitori
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